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.marzo
2007
Che cosa c’è da dire?
di Antonio Germino
Che cosa c’è da dire di più di quello che è
stato già detto e soprattutto scritto, sul bullismo, sulla ex famiglia,
sui pacs, sui dico, sulla decisione di far abortire una tredicenne che
poi è impazzita dal dolore…Che cosa c’è da dire?
C’è molto da dire e soprattutto da fare,
perché non si vedono risultati, non si vedono iniziative atte ad
aiutare le famiglie, consigliare i giovani…si scrive, si discute
nei forum, punto.
Il mio datore di lavoro, l’on. Fioroni, invece ha iniziato una campagna
lodevole per estirpare la piaga del bullismo dalla scuola. Punire severamente
il colpevole. Ma c’è veramente un colpevole, signor
Ministro? Non è il bullo stesso una vittima? Punire non
serve a niente se non acuire di più il rancoredel giovane verso
la comunità. Sì parlo di rancore perché non posso
immaginare un ragazzo che ho cresciuto nelle elementari per 5 anni, diventare
un bullo di quartiere. Con tutta la buona volontà, non ci riesco.
Evidentemente dobbiamo entrare nella casa del bullo e guardare negli armadi
e sotto i tappeti e scovare gli scheletri. La violenza è
l’unica risposta all’ assenza della famiglia. Ma
la scuola e le istituzioni sono autorizzate a entrare nelle case?
Sono accolte dalla famiglia con quell’ansia che caratterizza chi
ha bisogno di aiuto, o fanno solo finta di accettare la presenza degli
operatori? Chi ha la preparazione giusta? e soprattutto chi deve iniziare
le danze? Perché è urgente iniziare le danze,
l’ho chiarito già in un altro articolo. Sono pessimista da
questo punto di vista, perché il chi non c’è. Il chi
è colui il quale, reduce dal sessantotto non ha saputo trarre la
dovuta lezione. La contestazione giovanile partì dalle scuole per
investire ogni aspetto della vita sociale, fallendo quasi tutti i suoi
obiettivi e nella scuola dalla quale era partita ha fatto danni forse
irreparabili. «Vogliamo tutto» «Proibito proibire»
e altri simili slogan scanditi nelle piazze, e destinati a spegnersi già
nei secondi anni ’70, hanno riecheggiato nelle aule scolastiche
per 40 anni, dando i loro frutti. E i frutti si chiamano indisciplina,
bullismo, sfida aperta all’autorità, buonismo pedagogico
che ha fatto più danni delle bacchettate di antica memoria. Finalmente
i nodi vengono al pettine: già vent’anni fa criticavo i Decreti
delegati del 1974, permettevano ai genitori degli alunni di prendere parte
alla loro vita scolastica, di dire la propria in merito a tutte le questioni
riguardanti la scuola, di chiedere conto di ogni decisione presa dai professori.
Quella che doveva essere una partecipazione democratica alla vita della
scuola, s’è trasformata in ingerenza.
Non c’è stato progetto, provvedimento, semplice idea dell’insegnante
che non sia passata al vaglio familiare. Un fabbro, un muratore, un architetto,
un avvocato, hanno imposto le loro idee in materia didattica a chi aveva
una laurea in pedagogia, in lettere, in psicologia, esuperato un concorso
davanti adaltri professori. La scuola ha avuto paura dei genitori
(per un niente fioccano le denunce, quando non si abbattono mazzate) e
s’è piegata al loro volere. I ragazzi hanno fatto di questa
paura un’arma, dandosi alla pazza gioia, minacciando per un nonnulla
l’arrivo di mamma e papà. Un altro fattore negativo è
stata la politica. Ad ogni nuovo governo c’è una nuova riforma.
I presidi, gli insegnanti, non hanno tempo di organizzarsi secondola Riforma
Tizio, che arriva la Riforma Caio. È il caos. Ognuno
fa come gli pare, su tutto.
Per esempio, nella valutazione, c’è chi esprime il giudizio
coi numeri, chi con le lettere, chi con gli aggettivi, chi col giudizio.
Ma in ogni caso, sono tutti promossi (è il «6 politico»
con altri nomi) e allora perché affaticarsi a studiare? Allora
che bisogna fare? Ricominciare a parlare con i giovani, ricominciare a
dettare le regole della buona convivenza, ricominciare a fare i genitori,
ricominciare a fare gli insegnanti,
ricominciare a fare i dirigenti, ricominciare a far stare le donne a casa
con bambini piccoli, ma con lo stipendio, come diceva il grande Almirante
già alla fine degli anni ’70.
La mamma, questa è la parola magica! La donna, con il suo ruolo
nella società, con l’accudire i figli, soddisfare le esigenze
del marito (spesso irriconoscente), va in tilt. Quindi tutti ne soffrono,
i bambini soprattutto. Un rapporto dell’Unicef, afferma che i bambini
dei Paesi ricchi vivono male a livello psicologico e quelli inglesi sono
messi proprio male. Una donna dice che non si sente realizzata a casa,
deve
lavorare, ma va là! Perché a casa che fa non lavora? Si
vergogna quasi di affermare: - Faccio la mamma e la casalinga - Allora
bisogna ricreare il vecchio clima: la donna a casa con uno stipendio.
Auguri.
Antonio
Germino
antonio.germino@libero.it
Avrei
piacere ricevere qualche risposta per un confronto.
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