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Primo Piano - dicembre 2007 .(3°).
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Efficienza
della pubblica amministrazione: una necessità per tutti a prescindere
dalle bandiere politiche
di Gaetano De Luca
Lo stato sociale Italiano regge la modernità e le crescenti esigenze
di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa?
Un cittadino dell’Emilia-Romagna che può fruire di un
centro ospedaliero ogni 12 Km; di centri interdipartimentali
universitari dislocati nel territorio di ogni singola provincia con un’offerta
didattica complessiva e articolata (solo in provincia di Ravenna ci sono
5 sedi periferiche dell’università di
Bologna dislocate in un raggio di 120 Km), di una mobilità
urbana estesa e ben sviluppata, risponderebbe certamente in maniera
affermativa.
Eppure di ospedali superattrezzati, di deliranti pianificazioni intermodali
di comunicazione (vedi il distretto industriale calabrese compreso tra
il porto di Gioiatauro e lo scalo aereo di Lamezia Terme o per essere
più vicini alle nostre realtà al fantomatico ponte di Spinoso);
di mega-progetti di università stile college americani
ne ritoviamo anche nel sud Italia.
Nonostante ciò, al sud si muore perché il 118 (come accaduto
alcune settimane fa in Calabria) impiega tre ore a cercare un’autista
per trasportare un bambino con un grave trauma cranico da un centro ospedaliero
periferico ad uno più attrezzato.
E cosa dire dei tanti enti territoriali (gal, comunità
montane ecc) gestori di importanti fette di finanziamenti come l’accesso
ai leader+ o al Feoga (soldi spesi male e senza una programmazione prospettica
dei ritorni che il singolo intervento deve avere sui cittadini).
Se ne deduce che l’efficienza dei servizi erogati dalla pubblica
amministrazione, la capacità di valorizzazione degli investimenti
in infrastrutture non dipende esclusivamente dal quantitativo di risorse
finanziarie messe a disposizione dalla stato quanto piuttosto dal come
queste risorse vengono spese e dalla capacità di organizzazione
del pubblico servizio.
Voglio dire che forse ci sono troppi impiegati divenuti dirigenti
nei posti che contano e pochi manager capaci di gestire e organizzare
la macchina amministrativa.
Sono comunista, credo nella necessità di una stato sociale
che garantisca ad ogni cittadino un esistenza libera e dignitosa; né
voglio “attaccare” indiscriminatamente l’intero mondo
dell’impiego pubblico.
Mio padre è curato in un ospedale pubblico lucano e ho constatato
con i miei occhi la professionalità e l’impegno di quella
struttura.
Proprio per non fare di tutta l’erba un fascio è necessario
introdurre nelle amministrazioni pubbliche la cultura della valutazione
e della misurazione, proprio perché sia possibile distinguere
tra chi lavora bene e chi no.
Una società che generalizza indebitamente, che tratta tutti i pubblici
dipendenti allo stesso modo, che lavorino o no, finisce con discreditare
l’intera pubblica amministrazione; non consentendo la necessaria
distinzione tra chi è contributore di efficienze e chi invece assorbe
risorse a scapito dei cittadini.
Sarebbe folle controllare la produttività di tre milioni e mezzo
di impiegati; occorre, invece, monitorare le performance dei singoli
enti e intervenire anche con tagli radicali li dove si ravvisino
incongruenze con i principi della corretta gestione.
Si potrebbe partire con l’istituzione di nuclei di valutazione interni
(già previsti dalla legge Bassanini del 1999; norma per lo più
disapplicata), garantire l’accessibilità in rete di tutti
i dati inerenti al funzionamento di ogni amministrazione e favorire
indagini di customer satisfaction da parte della cittadinanza
quale metro di valutazione dell’operato pubblico.
Il problema non è tanto dell’impiegato fannullone, che sicuramente
c’è e ci sarà sempre anche negli organismi più
efficienti, ma nell’inutilità di molti uffici e nell'assenza
di controlli sulla produttività.
In altre parole: non basta punire i nullafacenti per riformare un’amministrazione
pubblica; ma nessuna amministrazione può funzionare
bene finché chi decide di non far nulla è certo dell’impunità,
come accade oggi in Italia.
Qualche ben pensante sta già dicendo; questo prima era
comunista, poi ha traccheggiato con i democratici e ora si mette a fare
l’anti statalista. Tutt’altro; la mia assoluta convinzione
sulla necessita di continuare ad investire nella scuola e nella sanità
pubblica per garantire i servizi essenziali a tutti i cittadini non significa
accettare passivamente che comunità montane, enti territoriali,
ospedali vengano gestiti e operino secondo criteri non funzionali al benessere
dei cittadini e al miglioramento delle condizioni di vita di tutta la
popolazione.
Volere uno stato sociale vero non è né di destra né
di sinistra: è un’esigenza vitale del Paese, sancita dalla
Costituzione, all’articolo 97. Per questo sono convinto che su questo
tema tutti i politici di buona volontà; oltre gli schieramenti,
abbiano il dovere di intervenire con proposte ed azioni adeguate. Di uno
Stato più efficiente ha estremo bisogno sia un buon Governo di
centro-destra, sia uno di centrosinistra: dunque, perché i due
schieramenti non si accordano per realizzare ciò di cui entrambi
hanno bisogno?
Gaetano
De Luca
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