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.dicembre
2006
Michele Tedesco: un maestro del pennello, un artista del
bello, un pittore della fantasia?
.....di Antonio Coppola
“Quando Petruccelli della Gattina aveva varcato l’ultimo lustro
dell’adolescenza e il Racioppi era grande di circa i venti, un giovanotto
pensoso, pieni gli occhi di tristezza e di sogni, lasciava il suo nido,
non punto felice, Moliterno per cercare nella metropoli campana il pasto
delizioso dell’arte. Egli si chiamava Michele Tedesco.
Trista e stenta la sua prima primavera, fiorita tra le lacrime della mamma
e gli oltraggi di un padre crudele e dissoluto, che un giorno alfine spariva
disertando casa e famiglia” (Niccolò Ramagli, su
U.Cirnicchiu 11/06/1928).
Michele Tedesco nacque a Moliterno nell’agosto del 1834
da modesta famiglia e nella quale non
regnava di certo la serenità: suo padre abbandonò la casa
all’improvviso e dopo aver venduto ogni bene, si allontanò
facendo perdere per sempre le sue tracce.
Trascorse i primi anni della sua vita fra stenti e sofferenze, cosicché
la madre fu costretto ad affidarlo ad un fratello che viveva a Spinoso.
Di quel periodo egli conservò per sempre un ricordo velato di tristezza
che trasferì nelle sue opere, da cui traspare dolore ed insoddisfazione.
Andò poi a Napoli, dove lo zio materno si era trasferito e dove
intraprese gli studi artistici e letterari. Inizialmente fu allievo del
professor Borea, poi frequentò l’Istituto delle Belle Arti,
sostenendosi con una piccola somma (trenta lire) che gli veniva inviata
da Moliterno. Studiò con profitto il che gli consenti di superare
un concorso grazie al quale gli fu possibile accedere gratuitamente ad
un pensionato a Roma. Questo periodo storico, nel quale si preparò
e si raggiunse l’Unità d’Italia, costrinse tutte le
nuove leve a disperdersi per l’Italia ed egli stesso dovette allontanarsi
da Napoli ed iscriversi al Battaglione delle Guardie Nazionali che marciava
verso Firenze. Qui incontrò nuovamente l’amico Abbati e gli
altri compagni che erano partiti da Napoli prima di lui. A Firenze dipinse
“la Giovinezza di Dante” che espose a Milano
nel 1862, che ottenne immediatamente l’ammirazione generale e che
venne acquistata, anche se ad un prezzo non corrispondente al suo reale
valore. Nel 1867 dipinse “Gli amici di Dante”.
Dei due quadri riporto il giudizio di che ne dette nel 1928 Niccolò
Ramagli: “E due altri quadri il Tedesco dipinse di una maniera semplice
e non senza sentimento di elevatezza: La Giovinezza di Dante Alighieri,
ove con la vigoria dell’espressione si contempera la grazia delle
figure atteggiate senza sforzo con agili contorni e Gli Amici di Dante
che accanto alla bellezza paesistica sottopone alla nostra ammirazione
la disinvoltura del disegno, la prontezza della mano ed un’arte
dolcemente espressiva”.
Nel 1870 a Firenze realizzò una tela con carattere retrospettivo
ispirata dalla sua conoscenza dell’antichità, “La
morte di Anacreonte” considerata la sua opera maggiore
dai critici del tempo. Il 2 Marzo 1871 sulla “Nazione” di
Firenze comparve un articolo che parlava dell’Anacreonte: “della
esecuzione in genere tutti hanno detto più bene che male, le giure
sono state giudicate assai ben concepite e disegnate;del colore hanno
detto che è fiacco, pure l’insieme dà manifesto argomento
a giudicare che il Tedesco sa l’arte sua.
E’impossibile, veduto quel quadro, che anche chi vi trova maggiori
difetti,non giudichi che il Tedesco è un pittore, intende il bello,
n’è innamorato e cerca, colla passione di un amante, di riprodurlo.
Egli concepisce anzi, pare, del mondo soltanto il bello: e con questo
io vengo a dire, secondo che io intendo l’arte, ch’egli è
davvero un’artista. Il suo cielo è sereno; i suoi fiori sono
freschi; le sue dame splendide di gioventù e di bellezza; i suoi
bambini floridi, sani, gentili, e perfino la morte a quella mente, tutta
piena e innamorata di ideali, si presenta senza gli spasimi dell’agonia..”
(Foristan). Il quadro rappresenta il giardino pieno di fiori di una abitazione
dove,
sotto un pergolato, mentre un gruppo di giovani canta, beve e si diverte
si vede un vecchio abbandonato su una sedia, che rimane immobile. In prima
fila c’è una giovane donna con uno sguardo fisso nel nulla,
quasi annichilita dal terrore della morte, mentre tutti i personaggi mostrano
un evidente impaccio. Insomma tutta la scena è un “concepimento
intellettuale, non è la riproduzione di una realtà obiettiva.
Il pittore ha creato il suo quadro nella sua fantasia, non l’ha
trovato nel mondo.” Ma questo quadro fu anche importante per il
prosieguo della vita del Tedesco, in quanto gli consentì di conoscere
colei che diventò pere un quarantennio la sua compagna. La signorina
Giulia Hoffmann era nata e cresciuta in Baviera ma ben presto manifestò
il desiderio di dedicarsi agli studi artistici e quindi a questo fine
si recò a Monaco. Dopo la guerra franco-prussiana, insieme ad una
carissima amica si recò a Firenze dove fu ospitata in casa Dall’Ongaro,
e dove sentì parlare dell’Anacreonte. Si recò a vederlo
e ne rimase incantata per cui volle conoscerne l’autore di cui si
innamorò subito. Dopo due anni si sposarono. Non da meno sono altre
opere di Tedesco che sembra opportuno ricordare:La Cucitrice-Milano
1865, Gioie Materne- Firenze 1865, I Vincitori
della Battaglia di Legnano-Milano 186- 7, Prime Ispirazioni
di Frate Angelico-Torino 1867,Madre Spartana- Portici
1884,La Festa delle Cascine-Bologna 1868,La Giovinetta
studiosa e dopo una visita-Firenze 1868,Figlio Naturale-Firenze
1975,La Risurrezione di Adone-1900, Il Giudizio
di Paride-1886, Lo Sfratto 1910, La
figlia ammalata 1912, Feste e Canzoni-Napoli
1901.
Tutte queste opere sono caratterizzate dai volti femminili malinconici,
sofferenti, privi di sorriso e forse di speranze. Ciò non deve
meravigliare in quanto al nostro pittore era venuto a mancare fin dalla
giovinezza il senso gioioso della vita, perché fin dalla più
giovane età era stato segnato dalla sofferenza. Infine sono da
segnalare molti altri dipinti quale “I Sibaritidi”
un quadro nel quale viene rappresentata la civiltà di Sibari piena
di vita e di movimento. Anche il “Giudizio di Paride” è
una tavola che evidenzia le sue qualità artistiche che si esprim0ono
nella voluttuosa presenza di Giunone, nell’armatura di Pallade,
nella grazia di Venere. Morì a Napoli il 4 Febbraio 1917. Alcuni
anni dopo il Comune affisse una lapide, ancora oggi esistente, sul muro
della casa in cui nacque, sita nell’imbocco della via Francesco
Lo Vito, di fronte alla piazzetta Bianculli.
Antonio
Coppola
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